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Letizia Sechi

I libri sono conversazioni

I libri parlano, tra loro e con noi. Chi decide quali possono farsi sentire?

Meglio se non penso a quando ho inviato l’ultima newsletter. Tu come stai? Carica come una molla o gelatinosa come una medusa dimenticata al sole? Menomale c’è chi trova l’energia per scrivere e pensare. E che pensieri!

E ora, a noi: sono tornata con gli arretrati.

Foto di Annie Spratt su Unsplash
Foto di Annie Spratt su Unsplash

Sulle parole: quelle che aprono conversazioni

Del resto, la nota a piè di pagina nasce per un oggetto chiuso, fisicamente: il libro, la pagina. Tutto ciò che serve al lettore deve stare lì dentro, e la nota è una soluzione a questo vincolo: trattiene un contenuto aggiuntivo nel perimetro e gli assegna uno spazio separato ma contiguo.

Quando nello scorso numero di Alternate Takes sulle note a piè di pagina ho scritto questo, se non ho mentito ho detto una mezza verità. È vero che per certi versi il libro è – letteralmente – un oggetto chiuso. Ma il suo contenuto vive in una rete di relazioni che continua oltre il margine della pagina. È questa rete, e quanto riesce a estendersi, a determinare gran parte del valore di un libro. Dove comincia la rete? Con il lettore o ancora prima, con chi scrive, dentro un dialogo che il libro porta già con sé quando arriva sulla pagina?

L’illusione del foglio bianco

Non iniziamo mai a scrivere su un foglio davvero bianco: ogni frase risponde, anche inconsciamente, a qualcosa di letto, detto, conosciuto. Se dobbiamo fare quelle che hanno studiato, potremmo ricordarci che Bachtin formulava questa idea come condizione costitutiva del linguaggio: ogni enunciato è dialogico, esiste in rapporto a enunciati precedenti e anticipa risposte future. È la natura stessa del parlare e dello scrivere a essere relazionale: prima che il libro venga letto da qualcuno, prima che venga finito, l’autore si trova già in una conversazione iniziata da altri.

Secondo Kristeva, il testo non può costituire un’unità completamente autonoma: cita e rielabora di continuo i tratti di altri testi, dando vita a una sorta di mosaico che lei chiama intertestualità. Genette, in Palinsesti1, rielabora il discorso e usa il termine transtestualità per raccogliere tutti i modi in cui un testo può richiamarne un altro. Nella sua definizione di intertestualità convivono relazioni tra testi diverse tra loro più o meno manifeste (citazione), più o meno segrete (plagio, allusione).

Chi scrive ha assorbito nel tempo frasi, immagini, modi di dire, strutture narrative e le restituisce in una forma nuova, spesso senza nemmeno accorgersene: le citazioni esplicite sono solo la parte visibile di un processo molto più ampio. È per questo che Kristeva parla di testo come mosaico: un’opera che appare unitaria, ma che a guardarla da vicino è composta di tessere prese altrove2.

Ne consegue che la conversazione tra i testi non ha un punto di partenza riconoscibile. Non si può indicare il primo testo che ha dato origine a tutto, perché quel primo testo era già, a sua volta, fatto di testi precedenti. L’intertestualità emerge in modo visibile, per esempio, nei titoli letterari: molti sono frammenti presi da altri testi. The Sound and the Fury (L’urlo e il furore, di Faulkner) viene da Shakespeare, Per chi suona la campana di Hemingway è un verso di una poesia di Donne. Prima ancora di iniziare a leggere, il titolo segnala in quale conversazione si inserisce.

Sapete come sono i teorici, uno dice una cosa e gli altri subito a puntualizzare: rispetto al discorso di Bachtin, Todorov, per esempio, evidenzia che descrivere la natura dialogica del linguaggio non basta a spiegare attraverso quali canali quel dialogo arrivi davvero a circolare. Tra l’autore immerso in una rete di voci precedenti e il lettore che incontrerà il libro finito, i filtri non sono pochi: i canali che permettono a un testo di circolare, gli aspetti che ne consentono la diffusione, le condizioni materiali che decidono se quel dialogo arriverà davvero a destinazione.

I canali di diffusione del testo

Parlando di libri, l’editore è uno dei primi filtri che possono venirci in mente. Le figure che lavorano in casa editrice partecipano tutte, in modi diversi, a decidere se e come il dialogo di quel testo potrà proseguire: ciascuno interpreta un ruolo di mediazione tra il testo e il lettore che lo incontrerà. L’editor ne modella i contenuti, chi traduce propone la versione del testo che entrerà in una lingua e in una rete di riferimenti diversa da quella originaria, chi si occupa di distribuzione e promozione determina quanto il libro sarà visibile, in che chiave e in quali contesti.

Si può guardare al libro anche come a un capitolo dentro una conversazione più ampia tra i titoli di uno stesso editore. Roberto Calasso, in L’impronta dell’editore, sosteneva che i libri pubblicati da una casa editrice possano essere letti come pagine di un solo libro più grande: il catalogo come opera a sé, con una coerenza interna che attraversa i singoli volumi.

La figura dell’editore come filtro di accesso ai canali di produzione e diffusione dei libri è stata messa in crisi dal digitale: il cambiamento è legato a un nuovo paradigma economico, abilitato dalla tecnologia. Per gran parte della sua storia, l’editoria ha operato praticamente senza rivali, in un regime di scarsità. Produrre, distribuire e immagazzinare libri ha costi elevati, e questo rende necessaria una selezione a monte: qualcuno doveva decidere cosa valesse il rischio (economico) di stampare. Il digitale abbassa drasticamente i costi di produzione e distribuzione, e cambia il sistema di valori: in un panorama dominato dall’abbondanza, ciò che serve è l’autorevolezza della selezione, per far emergere contenuti pertinenti e rilevanti.

L’editore non è più l’unica porta di accesso alla conversazione: un autore non ha più bisogno di essere scelto e può raggiungere il lettore senza intermediari; può decidere di pagare servizi editoriali su misura, agendo come editore nel senso più imprenditoriale del termine. Ma anche con la rete la mediazione non scompare, si sposta. Emergono filtri di altro tipo – algoritmi, recensioni – che determinano in modi diversi quali libri saranno visibili e quali rimarranno nell’oscurità.

Fuori e dentro il libro

Vedi, i fili che si dipanano a partire da un libro vanno in così tante direzioni che bisogna stare attenti a restare sulla traccia che si è scelto di seguire. Torniamo all’intertestualità. Di quel dialogo tra testi, qualcosa resta visibile: bibliografie, citazioni, note, sono le parti del libro che conservano la registrazione di conversazioni avvenute prima dell’arrivo del lettore.

Genette ha dato un nome a questo insieme di tracce: le chiama peritesto, distinguendolo da ciò che circola fuori dal volume (interviste, recensioni). Bibliografia e note restano dentro il perimetro del libro, ma segnalano relazioni che il perimetro non contiene. Qui osserviamo le note a piè di pagina da un angolo diverso, come traccia di un dialogo avvenuto e segnalato a disposizione di chi legge.

La bibliografia, le citazioni, le note registrano quel punto d’ingresso. Segnano dove un autore ha scelto di rendere visibile il proprio debito, e dove invece quel debito resta implicito, assorbito nella scrittura senza segnalazione: la differenza, di fatto, tra l’intertestualità che si dichiara e quella che si limita a operare.

Dal testo al lettore

Il testo attraversa le conversazioni dell’autore con altri testi, e i canali di diffusione che gli permettono di incontrare i lettori. Da qui il dialogo continua, perché senza il lettore il libro funziona solo a metà.

Come una mappa, il libro non coincide con il territorio: lascia spazi che solo la cooperazione con il lettore può colmare. Come una mappa, un testo che provasse a dire tutto sarebbe illeggibile: troppo lungo, troppo esplicito. La chiusura del libro non coincide con la chiusura del suo significato: resta qualcosa da completare e il completamento spetta a chi legge.

Ecco, ora si rompono gli indugi e questo lettore, sempre accanto, sempre addosso, sempre alle calcagna del testo, lo si colloca nel testo. Un modo di dargli credito ma, al tempo stesso, di limitarlo e di controllarlo. Ma si trattava di fare una scelta: o parlare del piacere che dà il testo o del perché il testo può dare piacere. E si è scelta la seconda strada.

Umberto Eco, Lector in fabula

Di questa cooperazione spesso il lettore lascia segno sul libro stesso: annotazioni a margine, sottolineature, commenti, dissensi scritti ai margini dei volumi. I marginalia sono risposte fisiche3, scritte dentro un oggetto che non le aveva previste, aggiunte da chi legge nello spazio in cui parla chi scrive.

Dalla pagina del lettore quelle risposte possono emergere in una dimensione sociale della lettura. La storia della lettura individuale o condivisa richiederebbe un altro articolo (lo scriviamo?). La lettura condivisa resta una pratica sociale molto amata, con regole proprie anche fuori dai contesti accademici. La conversazione sui libri si diffonde ovviamente anche in rete, nel 2026 è banale osservarlo. Con la rete cambia la persistenza e la visibilità delle conversazioni, scritte o registrate, ricercabili, accumulabili nel tempo.

Chi decide il valore di un libro nel tempo?

Tra le battute del mondo editoriale c’è quella, con un bel fondo di verità, che dice che per l’ufficio commerciale del libro importa che si venda, non che si legga. Spesso è lo stesso libro che nel giro di poco tempo sarebbe ottimo per incartare le triglie. Cosa fa sì che alcuni libri, invece, siano considerati di valore anche a distanza di molto tempo, a volte addirittura di secoli?

Il noto / famigerato canone letterario non è una lista neutra dei libri migliori di sempre, ma ciò che regola l’accesso alla conversazione letteraria: chi può parlare, chi viene ascoltato, quali connessioni vengono riconosciute e tramandate. Se ha un ruolo così importante, allora, è più che opportuno smontarne i meccanismi.

Chi ha potuto scrivere e arrivare a pubblicare? Ormai è noto il problema per cui le donne, per esempio, sono assenti dai canoni della letteratura non per mancanza di talento, ma per l’assenza di condizioni materiali – spazio, tempo, denaro e istruzione – che permettono di trasformare il talento in un testo pubblicato.

Chi viene insegnato, tradotto, recensito, incluso nelle antologie scolastiche? Il capitale culturale è distribuito in modo diseguale. L’esclusione non è sempre una censura esplicita, ma una selezione più silenziosa: assenza di edizioni commentate, mancanza di una massa critica di studi che rende un autore citabile. È un meccanismo circolare: non si cita chi non ha commentatori, non emergono commentatori su chi non viene citato.

Chi decide i criteri con cui si misura il valore letterario? Vogliamo salvare qualcosa di Bloom e del suo Il canone occidentale, in cui difende l’idea che i criteri estetici siano universali e che la pressione a includere autori per ragioni identitarie comprometta la qualità della selezione? O vogliamo considerare nuove correnti che mostrano come esistano altre tradizioni letterarie con retoriche, criteri estetici e reti intertestuali che il canone occidentale non è in grado di riconoscere perché non possiede gli strumenti per vederle?

E infine: come consideriamo le letterature di culture e lingue escluse dalla conversazione canonica nel suo insieme? Il canone occidentale non si è limitato a ignorare le letterature non europee: le ha spesso costruite come oggetto di studio esotico, privandole di voce propria, oppure le ha rappresentate attraverso lo sguardo di chi scriveva da fuori, come nei romanzi coloniali che raccontano altri continenti senza dare loro soggettività. Anche quando i subalterni parlano, le strutture discorsive dominanti non sempre possiedono le categorie per ascoltarli. E la lingua in cui si scrive è essa stessa una scelta su chi può partecipare alla conversazione: decidere di scrivere in una lingua o in un’altra significa decidere, insieme, con chi dialogare e chi escludere.

Italo Calvino, in Perché leggere i classici, offre una definizione che si allontana dall’idea di lista: un classico non è un libro che il canone ha certificato, ma un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire. È una definizione che lascia aperta la porta a ogni libro, canonico o no, capace di restare disponibile a una conversazione futura, ogni volta che se ne crea il bisogno.

Un libro non è mai in ritardo né in anticipo

Il valore di un libro è amplificato dalle relazioni e conversazioni che riesce a generare. Chiediamoci, ogni volta, chi, cosa e come ha reso quella rete possibile, e chi ne è stato escluso. È in questo spazio aperto, tra connessioni che si moltiplicano e filtri che le rendono possibili o le impediscono, che i libri aspettano: pronti per la prossima conversazione, in qualunque momento arriverà, a patto che non gli sia impedito di arrivarci.


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Esercizi

No, dai, che caldo.

Vabbe’, se proprio muori dalla voglia: trova tutte le citazioni implicite che ho lasciato nel testo. Poi scrivimi, che ci facciamo quattro chiacchiere.


Un libro

S. La nave di Teseo

Una giovane bibliotecaria trova per caso un libro lasciato fuori posto da uno sconosciuto: un lettore intrigato, rapito dalla storia e dal suo misterioso autore, come rivelano le note che ha appuntato a margine. Lei gli risponderà con note di suo pugno, dando inizio a un singolare dialogo che li condurrà insieme in un mondo sconosciuto. Il libro: La nave di Teseo, l’ultimo, discusso romanzo di V.M. Straka – autore prolifico quanto enigmatico – nel quale un uomo senza passato viene rapito e imbarcato a forza su una strana nave dal terrificante equipaggio e lanciato verso i pericoli di una missione ignota. L’autore: Straka, oscuro e discusso protagonista di uno dei più grandi misteri del mondo; rivoluzionario di cui nulla si conosce se non le parole che ha scritto e le teorie elaborate sul suo conto. I lettori: Eric e Jennifer, un ricercatore e una studentessa indietro con gli esami, entrambi chiamati a scelte cruciali per capire chi sono e che cosa vogliono diventare, e quanto saranno in grado di mettere le proprie passioni, ferite, paure l’uno nelle mani dell’altro.

S. La nave di Teseo, di J.J. Abrams. Che avventura.


Tre link

Note

  1. Ciao Luigi Civalleri, come me groupie di Genette!
  2. Da qui Barthes arriva a dire che l’importanza dei legami intertestuali e del ruolo del lettore metterebbe in crisi il ruolo e l’importanza dell’autore, ma questa è un’altra storia e bisognerà raccontarla un’altra volta. No, davvero: ho una bozza sull’argomento da non so quando, ma forse è troppo anche per me.
  3. Dico fisiche e tu pensi alla carta, ma un discorso simile si può fare anche per la versione digitalizzata del libro.

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