Contro la fatica aumentiamo il senso
La fatica è inevitabilmente negativa? La risposta cambia a seconda di quanto senso riusciamo a vedere in ciò che stiamo attraversando.
Quando mi ritrovo a borbottare troppo leggendo in rete conversazioni che ruotano attorno a un certo termine, provo a fermarmi e capire cosa non mi torna. Mi era già capitato con la creatività. In genere il vocabolario mi viene in soccorso, aiutandomi a fare chiarezza. Ecco cosa ho capito riflettendo sulla parola “fatica”.
Sulle parole: quelle che richiedono sforzo
Lo Zingarelli mi accoglie con una definizione neutra: la fatica è «lo sforzo che si sostiene per compiere qualcosa di particolarmente impegnativo sul piano fisico o mentale». Che non sia associata alla piacevolezza lo capisco dagli esempi: la fatica è ardua, penosa, ingrata; la fatica costa o è sprecata.
Sullo spreco mi si accende un sensore: se va sprecata può forse essere preziosa, e magari va spesa là dove vale il suo costo? Se tralascio gli esempi e mi fermo alla definizione, non so se la fatica sia desiderabile o da evitare, se formi o consumi, se nobiliti o degradi: mi limito a registrarla come esperienza. Vanessa Ferrari, cinque volte campionessa mondiale di ginnastica artistica, scrive una definizione d’autore che trovo consonante alla mia idea ancora imprecisa di fatica:
La fatica è una mia assidua compagna di viaggio – convivo con lei più o meno da una quindicina d’anni. Abbiamo un rapporto diretto, una stretta “amicizia” a volte sgradita, cattiva, insostenibile, ma senza la quale non sarei mai giunta a essere la migliore ginnasta al mondo. La fatica non mente mai. Se alla fine dell’allenamento mi ha spezzato le ossa e ha reso uno straccio i miei muscoli è il segnale che mi sono allenata bene. La fatica oggi mi toglie, quasi mi annienta, ma domani mi ridarà tutto con gli interessi.1
Nelle sue parole non leggo un elogio, ma la precisione con cui descrive una relazione nel tempo: qualcosa che si conosce, con cui si impara a stare, che ha una logica interna riconoscibile. La fatica come esperienza che informa: che dà informazioni su dove si è arrivati, su cosa il corpo o la mente hanno attraversato. «La fatica non mente mai» dice qualcosa sul conoscere, prima che sul fare: è uno strumento di lettura.
Come molte parole apparentemente semplici, anche “fatica” diventa scivolosa a seconda del contesto e soprattutto delle intenzioni con cui viene usata. Molti piani sovrapposti si sommano e si confondono, sfibrando il significato, rendendo il discorso opaco.
Faticose incomprensioni
Ho l’impressione che nelle conversazioni sulla fatica il discorso si inceppi perché raramente si parla della stessa cosa, ma le differenze rimangono implicite e lasciano tutto ingarbugliato.
Esiste il piano dell’esperienza diretta, come quello espresso da Vanessa Ferrari: la fatica come qualcosa che si vive dall’interno mentre si fa qualcosa di difficile. Lo sforzo, la concentrazione, la resistenza di ciò che non cede subito. Su questo piano la fatica è un dato, osservabile e riconoscibile, che non porta con sé particolari giudizi.
La fatica di Ferrari, per altro, è prevalentemente fisica: su quella sembra che ci venga più semplice concordare. Quella dell’allenamento – lo sa uno sportivo, ma anche un musicista – è una fatica fatta di ripetizione, di meticolosità, di gestione della noia, di concentrazione, di sopportazione di una certa quota di dolore fisico. Si affronta perché si vuole migliorare un tempo, vincere la gara, eseguire un brano musicale.
Quando pensiamo a esperienze più condivise, come quella dell’imparare in senso scolastico, si aprono altri fronti sdrucciolevoli. La fatica è necessaria per imparare, o si impara meglio quando ci si appassiona senza costrizioni? La domanda non è sempre posta nel migliore dei modi, in genere perché presuppone che sforzo e interesse o addirittura divertimento siano necessariamente alternativi: la frizione con ciò che non si capisce ancora è quasi sempre parte integrante del processo2, e non un ostacolo esterno.
L’idea che l’AI possa eliminare le parti faticose dell’imparare o del creare, per esempio, presuppone che la fatica sia un costo accessorio del processo, qualcosa che si può sottrarre senza che il processo cambi natura. La frizione cognitiva dell’imparare non è un difetto del percorso: è il modo in cui il percorso lascia traccia in chi lo attraversa. Capire qualcosa di difficile, trovare una soluzione, sbagliare e rendersene conto, sono esperienze che ci cambiano. Delegare la fatica a uno strumento non alleggerisce il processo: lo aggira. Il costo non è immediatamente visibile, ma si manifesta più avanti, quando arriviamo impreparati alla difficoltà successiva. Questo non significa che questi strumenti siano privi di valore, né che ogni uso che se ne fa sia un aggiramento: significa che vale la pena chiedersi, ogni volta, cosa si sta effettivamente delegando.
Sicuramente c’è anche un piano morale e generazionale, in cui la parola assume tutto un altro peso: la fatica come prova di merito, come misura del valore di ciò che si è e di ciò che si produce. «I giovani d’oggi non hanno voglia di fare fatica, signora mia3», si dice, presupponendo che il proprio modo di aver faticato – i propri strumenti, le proprie condizioni, i propri ostacoli – sia il metro con cui misurare lo sforzo altrui. Ma il confronto è sempre viziato: ogni generazione fatica su cose diverse, in contesti diversi, con risorse diverse. Quello che a una generazione è costato un lavoro enorme, a quella successiva può costare meno: non perché sia pigra, ma perché nel frattempo sono cambiate le condizioni. E viceversa: ci sono forme di fatica nuove, legate a contesti inediti, che le generazioni precedenti non hanno dovuto affrontare e faticano addirittura a riconoscere come tali.
Smontare questa retorica è utile, necessario. Il rischio, però, è che il messaggio che arriva, specie nelle forme rapide e assertive in cui lo formuliamo attraverso i mezzi di comunicazione di oggi, non sia “attenzione che questo confronto generazionale è distorto”, ma qualcosa di più semplicistico: che la fatica sia roba da evitare, un retaggio di chi non ha ancora capito come funziona il mondo, da poveri scemi che non abbracciano la modernità. Questo non aumenta la chiarezza, rende solo più difficile confrontarsi sulle varie dimensioni del concetto di fatica e, peggio che mai, determina schieramenti sterili.
Rimane poi il piano che riguarda la confusione tra fatica e sfruttamento, accelerazione produttiva, performance. Confondere questi piani scarica sull’individuo una responsabilità che appartiene alle condizioni in cui opera, e spiega perché la parola sia diventata così instabile: quando fatica indica sia l’esperienza di chi si allena per correre cento metri nel minor tempo possibile, sia quella di chi è sopraffatto da ritmi insostenibili, il termine perde la capacità di dire qualcosa di preciso.
Quando questi piani si sovrappongono non riusciamo più a parlare in modo costruttivo. Chi critica la retorica della fatica – spesso con buone ragioni – rischia di essere letto in modo semplicistico. Chi difende la fatica come parte di un processo di miglioramento rischia di passare per apologeta dello sfruttamento. Nessuna delle due cose è vera.
Fatica o incertezza?
Un aspetto non nominato ma presente negli animi che si riscaldano quando si parla di fatica, mi sembra essere quello della frustrazione. Non la fatica in sé, ma la risposta emotiva a qualcosa che la fatica porta con sé: la condizione intermedia del non capire ancora, del non riuscire ancora, del non vedere ancora dove si sta andando.
La frustrazione è la distanza percepita tra dove si è e dove si vorrebbe essere. Quando non si riesce a darle un senso, questa distanza diventa difficile da sostenere: non perché si sia fragili o pigri, ma perché è genuinamente scomoda, e il cervello tende a evitare ciò che è scomodo quando non riesce a proiettarlo verso qualcosa di riconoscibile. Quando la frustrazione si prolunga senza che il senso si mostri più apertamente, si può scivolare verso l’ansia: non è prodotta dalla fatica, ma dall’incertezza su ciò che quello sforzo produrrà, o se addirittura arriverà a produrre qualcosa. L’ansia e il logoramento che si attribuiscono allo sforzo, spesso hanno più a che fare con la relazione con l’incertezza che con la fatica in sé.
Vanessa Ferrari sa che può sostenere una fatica che quasi l’annienta perché, per esperienza, sa che quella fatica restituisce. Il senso è presente, verificabile, già accaduto abbastanza volte da essere credibile. Non tutti abbiamo a disposizione la stessa storia di successo: spesso abbiamo solo il disagio del momento, senza la certezza che – letteralmente – ne valga la pena4.
È una condizione dei processi che richiedono tempo5: il costo viene prima, il senso arriva dopo e nel mezzo dobbiamo attraversare un tratto in cui procedere senza garanzie. La fatica che si sostiene percorrendo quel tratto non è diversa da quella che si incontrerà in futuro: è l’esperienza che se ne farà, meno incerta, a essere radicalmente diversa.
Se si perde di vista questo, il discorso sulla fatica rischia di diventare un discorso sulla tolleranza individuale, sulla resistenza come dote personale. E a quel punto è facile scivolare di nuovo verso il piano morale: chi regge è fatto di una pasta migliore, chi cede non ha abbastanza carattere. Una conclusione che non aiuta nessuno e che oscura il meccanismo.
La fatica di capire meglio
Ah, l’ironia della sorte. La capacità di distinguere i diversi piani su cui usiamo la parola “fatica”, di resistere alla semplificazione, richiede proprio lo sforzo di cui stiamo parlando. La critica alla fatica, sintetizzata ai limiti dello slogan, tende a produrre il tipo di lettura che rende impossibile coglierla con precisione. Non ci sono colpe, è una caratteristica del contesto in cui discutiamo: i formati brevi, la velocità, la pressione a prendere posizioni nette, favoriscono le conclusioni aforismatiche (twittabili, dicevamo un tempo) rispetto al ragionamento che le produce, e tagliamo fuori la maggior parte di ciò che vale la pena dire.
La fatica, presa in sé, non è né un valore né un disvalore. Quando è arricchita dal senso – anche solo intuito, anche solo creduto possibile – trova una direzione, e la frustrazione diventa attraversabile. Quando il senso manca, o non riusciamo a vederlo, la stessa esperienza può diventare puro costo, logoramento, ansia.
Imparare a stare nell’incertezza del processo, nel tratto in cui si sta faticando senza sapere se riceveremo una gratificazione, è forse la competenza più difficile e meno nominata di tutte. Non si tratta di sopportare stoicamente, né di convincersi che il sacrificio abbia valore in sé. Si tratta di sviluppare una relazione abbastanza solida con il proprio sforzo, che permette di procedere anche quando il risultato non è ancora visibile.
Questo non vale sempre. Quando la stanchezza non nasce dall’attraversamento di un processo ma dall’accumulo di incombenze, da ritmi insostenibili, dalla mancanza di tempo per recuperare, stiamo parlando di altro. Il burnout non è la fatica del processo: è il risultato di un sistema che non lascia spazio perché quel processo si compia. A questo si aggiunge che molte delle cose che siamo chiamati a fare non hanno un senso riconoscibile: non portano a nulla che sentiamo appartenerci. Quando mancano insieme il tempo, il ritmo sostenibile e il senso, la spossatezza che ne deriva non ha molto a che fare con la fatica di cui si è parlato fin qui.
La stanchezza diffusa che caratterizza il tempo in cui viviamo ha probabilmente tutte queste componenti, intrecciate in proporzioni diverse per ciascuno. Districarle richiede proprio il tipo di precisione che discutendo fatichiamo a produrre.
Ringraziamenti
Rispetto al solito non so quanto questo numero di Alternate Takes sia pratico o centrato. Di sicuro so che sono grata alle persone con cui mi sono confrontata sull’argomento: Barbara Bernardini (Braccia Rubate), Tostoini, Caterina Denti, Barbara Sgarzi.
Esercizi
- Osserva il piano in cui ti muovi. La prossima volta che usi la parola fatica, prova a pensare in che senso lo stai facendo.
- Osserva la tua relazione con la frustrazione. Ripensa a un processo difficile e chiediti se ciò che ti pesava era lo sforzo o l’incertezza sul risultato.
- Osserva cosa deleghi. La prossima volta che usi uno strumento per semplificare un’attività, chiediti se stai alleggerendo la produzione o la comprensione. Potrebbe non essere semplice accorgerti di dove si trova il confine.
Un libro
Ogni inizio promette un senso, ogni interruzione lo sospende. Non concentrarti sull’arrivare, ma sul continuare a orientarti: Se una notte d’inverno un viaggiatore, di Italo Calvino.
Tre link, no, due
- The Tired History of “Fatigue”. Un breve ma denso contributo etimologico‑semantico che ricostruisce la storia della parola “fatigue” dall’uso militare (lavoro faticoso, servizio) a uno stato generale di esaurimento, e ne mostra il cambio di registro dal compito materiale all’esperienza soggettiva. Per parlare di come il termine sia migrato da un’accezione operativa a una più psicologica e sociale.
- Piccola storia della fatica. Ricostruisce la nozione di fatica come categoria culturale e politica, interrogando il legame tra fatica, potere e lavoro imposto, con un registro filosofico e critico che si presta bene come contrappunto teorico alla riflessione sulla fatica come “misura del potere” anziché solo come sintomo soggettivo.
Note
- La definizione d’autore si trova in loZingarelli 2022 ↩
- Esistono percorsi in cui l’interesse sostituisce buona parte dello sforzo percepito, e contesti in cui la fatica è soprattutto il risultato di un metodo inadeguato. Il punto non è che la frizione sia sempre necessaria, ma che quando c’è non è automaticamente un segnale che qualcosa non funziona. ↩
- Comunque mi fa un po’ ridere che chi si lamenta dei vecchi rosiconi abbia in genere superato i cinquanta. Io capisco che siamo sempre giovani nell’animo, ma insomma si è fatta una certa anche per noi, come dicono nella capitale. ↩
- Detto che, per valerne la pena, non c’è bisogno che al termine del percorso ci sia una medaglia d’oro a livello mondiale. ↩
- La verità è che il tempo è una risorsa scarsa, e non ci è mai stato chiaro come ai giorni nostri. La possibilità di investire tempo in un processo è senz’altro un privilegio. ↩
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